Pinne per il surf: la guida completa

Tutto quello che avreste dovuto sapere sulle pinne....

In linea generale le pinne ricoprono per molti un aspetto marginale, spesso influenzati dalla prima tavola acquistata con pinnette in plastica, molto poco performanti, ma assolutamente in linea con le leggi di mercato. In realtà vendere una buona tavola con delle pinne scadenti è come vendere una macchina sportiva con le ruote di un’utilitaria.

Quando si è assoluti principianti del surf effettivamente è un argomento poco interessante, molto più importanti sono la pratica e il volume della tavola; anzi, in realtà le pinnette più sono morbide e più sono da preferire per il minor rischio di infortuni. In seguito con le prime curve si cerca di trovare il miglior compromesso fra le proprie capacità ed una tavola che sia di facile utilizzo, ma che segua la nostra linea dell’apprendimento. Da questo momento in poi le pinne iniziano ad assumere una funzione importantissima: la stessa tavola, di qualunque genere essa sia, può cambiare radicalmente la propria performance secondo la pinna o le pinne usate. In base al tipo di pinna e alle sue caratteristiche una tavola può diventare più o meno veloce, più o meno manovrabile, dare un feeling completamente diverso!

La pinna è un “accessorio” fondamentale, al di là del fascino incredibile delle tavole finless. Senza di esse per la maggior parte dei casi non si avrebbe nessuna padronanza della tavola che inesorabilmente scivolerebbe verso il cavo dell’onda scarrocciando. Oggi è normale avere una o più pinne sotto la propria tavola, ma non è sempre stato così. Dare un piccolo contributo alla divulgazione della storia della pinna è un atto doveroso e un ottimo punto di partenza. D’altra parte è innegabile, come vedremo meglio, che le grandi rivoluzioni del surf sono quasi sempre state accompagnate, se non precedute, da enormi rivoluzioni proprio nel design delle pinne.

 

 

Più pinne per tutti

Più pinne per tutti

 

Breve storia della pinna

Nel 1821, il capitano Thomas Raine della nave inglese Surrey fece uno stop nell’isola di Henderson per effettuare un salvataggio di 3 naufraghi di una baleniera affondata da un enorme capodoglio (una curiosità: dall’incontro di Herman Melville col figlio di uno di questi sopravvissuti nacque l’idea del capolavoro “MobyDick”). Nel viaggio di ritorno fecero una sosta a Pitcairn Island per fare provvigioni. Qui vennero accolti dai discendenti degli ammutinati del Bounty e dal festoso popolo indigeno con maiali arrostiti, cibi locali e un ottimo whiskey DIY. Qui il capitano scrisse sul proprio giornale di bordo circa una pratica locale detta “sliding”, il semplice prendere un’onda con una tavola sotto lasciandosi trasportare scivolando sulla cresta: “….essi avevano un pezzo di legno…. Con un lato rotondo ed uno squadrato e sotto il fondo una PICCOLA “CHIGLIA”….”.

Probabilmente questa fu la prima testimonianza di una pinna sotto una tavola da surf, ma a onor del vero i primi surfboard erano senza pinna derivanti direttamente dalla tradizione hawaiana. La direzionalità era incrementata con accorgimenti sul design delle carene, soprattutto del tail, e le curve (molto ampie per la verità) erano aiutate mettendo un piede in acqua, creando quindi quel “drag” (resistenza, trascinamento) che si avrebbe avuto con una pinna.

Tom Blake e la sua keel-fin – 1934

grannis_tblakeIl primo che pensò a piazzare un qualcosa sotto la poppa per aumentare il controllo della tavola fu Tom Blake, nel 1934 alle Hawaii, osservando l’andamento delle barche e proprio applicando una piccola “keel” (chiglia) di una barca abbandonata sotto una surfboard. Da allora durante gli anni molti shapers intuirono l’importanza che le pinne ricoprivano nell’assetto di una tavola e spesso da queste intuizioni venivano vere e proprie rivoluzioni nel design e anche e soprattutto nello stile di surfata!

L’introduzione della vetroresina nel secondo dopoguerra comportò un radicale ripensamento nel design delle tavole e delle pinne che iniziarono a non essere più concepite come un appendice, ma come un vero e proprio organo funzionale della surfboard. Quindi le pinne vennero studiate non solo oggetto in sé, ma a partire dagli studi di Bob Simmons, anche il loro posizionamento nel design di una carena divenne materia di approfondimento. Simmons iniziò a concepire le tavole come elementi di idrodinamica. Le carene delle tavole divennero il luogo dove avveniva il miracolo della planata e le pinne a seconda del loro  posizionamento avevano un ruolo di massima importanza.

Il posizionamento delle pinne nel design della carena raggiungerà forse il suo apice nel concetto dei fratelli Campbell del Bonzer: una carena complessa di concavità e canali in cui le pinne, 5 in questo caso, diventano l’apice di un disegno meticoloso del flusso dell’acqua sotto la tavola.

Dalla D-fin alla Greenough – primi ’60

d-grePer comprendere il ruolo fondamentale delle pinne nella complessità della storia del surf, basta pensare alla rivoluzione che cambiò il modo di concepire le linee sull’onda e che modificò per sempre la “longboard attitude”: la nascita dello shortboard verso la fine degli anni ‘60. La tendenza a tavole più corte ricercando linee più verticali, più strette e aggressive, è stata certamente accelerata dall’introduzione delle pinne flessibili montate sui kneeboard di George Greenough. Dai pinnoni  larghi e dritti si passò a pinne più simili a quelle dei delfini, assottigliate verso la punta e inclinate all’indietro. Da qui gli innumerevoli esperimenti più o meno riusciti che hanno dato maggiori input all’evoluzione del surf.

E ancora un kneeboarder portò un’altra ventata di rivoluzione nel mondo del surf con l’introduzione del fish; era Steve Lis. I surfisti osservavano quanto stretto riusciva a stringere le curve con 2 pinne sotto e da lì il seme era gettato, fino a che un giovane australiano conquistò 4 titoli mondiali consecutivi con il suo twin-fin: Mark Richards. Probabilmente il surf moderno parte proprio da qui, ancora una volta dall’evoluzione nell’uso della pinna.

Dal TWIN-FIN di M. Richards al THRUSTER di S. Anderson – ’70 > ’80

markrichards---andersonPer non parlare poi della assoluta rivoluzione che cambiò il surf per sempre: il thruster. Simon Anderson viveva l’inadeguatezza dei twin, del tipo usato da Mark Richards che in quegli anni imperversava, nelle grosse onde delle Hawaii sentendo una spiacevole sensazione di non controllo sulle onde più ripide. Decise di trovare una soluzione e, prendendo ispirazione da alcuni locali che avevano montato sui loro twin delle piccole pinne centrali, ideò il thruster, 3 pinne di eguale grandezza. Da allora questa è la configurazione in assoluto più conosciuta soprattutto per le tavole corte perché dà controllo, velocità e precisione in ogni surfata, anche la più radicale. Probabilmente la maggior parte delle manovre verticali e aeree non sarebbero state possibili senza l’introduzione del thruster.

Da questa brevissima sbirciata in una storia lunga e colma di eventi è facile intuire come le pinne siano una componente fondamentale della dinamica del comportamento di una tavola in acqua. Come è disegnata, i materiali in cui è fatta, la sua posizione nella poppa e persino il metodo con cui è fissata alla tavola sono tutti elementi che entrano in gioco nella scelta di una pinna.

 

 

Hand Made Iuta Fin

Hand Made Iuta Fin

Il design delle pinne

Iniziamo col dire che la prima funzione delle pinne è quella di dare alla tavola la direzione di scivolamento. Grazie a quelle piccole appendici la nostra tavola va nel verso che vogliamo senza derapare su un bordo. Senza le pinne la tavola sarebbe come uno sci di traverso senza le lamine, scivolerebbe inesorabilmente a valle. Per far questo le pinne non lavorano tutte allo stesso modo, infatti per esempio, mentre in linea di principio una pinna singola sotto un longboard lavora direzionando il flusso d’acqua, le pinne multiple su uno shortboard funzionano creando una resistenza nell’acqua, quindi rallentando sostanzialmente la tavola dalla poppa.

 

Ma la pinna deve anche dare il giusto “drive” alla tavola. In molti hanno tentato di dare una definizione a questo termine, forse la più accreditata e facilmente comprensibile è che il “drive” è la capacità di convogliare l’energia accumulata in un cambiamento di direzione in avanti senza perdita di energia lateralmente o disordinatamente verso il tail. In linea generale quindi più il flusso d’acqua esce dalla tavola pulito senza turbolenze più si mantiene energia cinetica senza quindi perdere velocità nei cambi di direzione.

Ogni minimo cambiamento nel design di una pinna comporta un diverso rilascio di energia e una differente esperienza nel controllo della tavola con i propri piedi. La velocità della tavola e la facilità con cui si può spostare il peso da un rail all’altro sono regolati in massima parte dalle caratteristiche della pinna, o delle pinne, montate sotto.

 

Caratteristiche di base di una pinna

Altezza (a)

Semplicemente quanto una pinna è immersa nell’acqua, quindi la distanza fra la tavola e la punta della pinna. In linea generale più una pinna è lunga maggiore sarà il controllo e la tenuta della tavola; più è corta più la tavola risulterà veloce e in un certo senso “libera” dall’acqua.

 

Base (b)

La massima distanza fra il bordo anteriore e quello posteriore della pinna. Maggiore base per una maggiore accelerazione e tenuta, minore per curve più strette e un rilascio maggiore.

 

basealte

 

Sweep / Rake (e)

L’inclinazione all’indietro di una pinna. Più inclinata per curve più lunghe e controllate, meno per curve strette, ma meno stabilità. Su questo in campo “single-fin” ci sarebbe da aprire un dibattito. Una stessa tavola con una “dolphin” di derivazione Greenough inclinata all’indietro o con una accetta “pivot” larga e dritta assumerà delle caratteristiche completamente diverse. In particolar modo un longboard può cambiare dal giorno alla notte con un assetto di pinne diverso. Ma questa è un’altra storia.

 

Foil

La sezione orizzontale della pinna. Un concetto fondamentale nello studio dell’idrodinamica. Lo scopo è quello di creare della portanza, “lift”, sotto la tavola per aumentare la propulsione in condizioni diverse: più profilo più portanza, ma allo stesso tempo più profilo più attrito “drag”.

foil

  • 50/50:  stessa curva su entrambi i lati della pinna, come in quasi tutte le pinne centrali, per un buon controllo e stabilità;
  • Flat: piatta sul lato interno per avere un buon compromesso in tutte le condizioni;
  • Inside: profilo con una concavità verso l’interno della pinna per stringere al massimo le curve e aumentare la tenuta e la velocità di esecuzione delle manovre.

 

Cant

L’angolo che la pinna crea con la tavola. Se l’asse della pinna è perpendicolare (90°) rispetto al piano della carena della tavola si avrà un aumento della velocità, ma con l’aumentare di questo angolo si migliorerà la risposta della tavola ai cambi di direzione, quindi più manovrabilità.

 

Flex

Quanto una pinna si distorce rispetto alla sua posizione originale durante una manovra. La flessibilità è un fattore importante e molto ha a che vedere anche col materiale di costruzione. Più una pinna è flessibile più si potranno stringere gli angoli di manovra e si avrà più feeling progressivo con la tavola. Una pinna poco flessibile dà una sensazione di stabilità e reagisce più velocemente agli impulsi del surfer, con curve meno progressive. Perciò le pinne rigide sono da preferire per un principiante.

 

Toe / Splay (f)

L’angolo che le pinne hanno rispetto al longherone. Maggiore sarà l’angolo (toe-in) maggiore la trazione che la tavola creerà con lo scorrere dell’acqua, ma allo stesso tempo canalizzerà in maniera funzionale il flusso durante le manovre migliorando notevolmente la manovrabilità.

FLEX-CANT-TOE

Materiali

fcs-fin-guideAttualmente molto della ricerca rispetto alle pinne, soprattutto per quanto le riguarda le pinnette FCS o Futures o simili, si sta compiendo rispetto ai materiali di costruzione. Legno, vetroresina, carbonio, materiali combinati. Persino il verso con cui vengono tessute le pinne dà una diversa performance. Con l’aiuto della attuale tecnologia e del computer aid designing è possibile predire esattamente come una pinna si comporterà in acqua. Quindi ci sentiamo di poter affermare che seguendo le indicazioni delle case produttrici, si possono affrontare le scelte caso per caso. Tenendo sempre conto delle proprie necessità reali. Questo vuol dire che, se il nostro livello non è abbastanza oltre il principiante è alquanto inutile spendere soldi per un set-up di pinne in carbonio sperando di migliorare le proprie performance; sarebbe meglio concentrarsi su se stessi e sul nostro miglioramento personale come surfer. Una pinna può migliorare le prestazioni della tavola a patto che il surfista sia in grado di apprezzarne il miglioramento e sfruttarne le potenzialità.

 

 

setup

Non perderci la testa;)

Il set-up delle pinne

Per set-up si intende la configurazione di pinne che si ha sotto la propria tavola. Quante sono, come sono fatte, in che materiali e in che posizione sono messe. I parametri che entrano in gioco sono tanti e in linea di massima, soprattutto per quanto riguarda i single-fin, sperimentare nei limiti delle proprie possibilità è consigliato, se non obbligatorio. I vantaggi che si possono ottenere conoscendo un po’ meglio il variegato mondo delle pinne sono notevoli e cercando bene soprattutto in rete esistono anche canali d’acquisto non troppo dispendiosi per farsi un quiver di pinne di tutto rispetto.

 

Single-fin

single finUna sola pinna. In linea del tutto generale è la configurazione tipica del longboard per avere stabilità e controllo. Ma ad onor del vero ormai da qualche anno (grazie a Dio, aggiungiamo;) il single-fin è tornato alla ribalta con mille modi diversi per scivolare su un’onda. Oggi come oggi di possono affrontare qualunque tipo di onda e di stile con un single-fin, l’importante è avere coscienza di quello che si ha sotto i piedi per poter dare ad ogni surfata il giusto supporto. La sensazione di surfare con un single-fin è completamente diversa, non per forza classica e retro, o almeno non così semplicemente, basta guardarsi qualche video di Alex Knost o Rob Machado per farsene un’idea. In definitiva soprattutto per quanto riguarda un longboard la possibilità di cambiare completamente le caratteristiche di una tavola semplicemente cambiando una pinna è sorprendente. Tanto che alcuni hanno un vero e proprio quiver di pinne da cambiare a seconda delle condizioni del giorno. Per esempio, spesso ci viene descritta una difficoltà nell’avvicinarsi al nose: beh, molte volte basterebbe cambiare la pinna per migliorare la sensazione di stabilità e di ancoraggio all’onda.

Altro punto interessante è la posizione nella scassa. Alcune tavole single-fin, in particolare i classic-longboard hanno la pinna glassata sulla carena, quindi inamovibile. Se da un lato le pinne glass on ricoprono un fascino particolare, dall’altro non lasciano spazio alla sperimentazione e sono abbastanza scomode per viaggiare. Sperimentazione…. Sì, perché con una scassa si può sostituire la pinna o muoverla in una differente posizione nella scassa, più avanti o più indietro; ogni configurazione è a se stante e ognuno può divertirsi a trovare il proprio set-up preferito rispetto alla condizione delle onde. Una stessa pinna darà alla tavola una sensazione più disinvolta accentuando la manovrabilità se avvitata più avanti, migliorerà la velocità e la tenuta soprattutto sul grosso se posizionata più indietro.

LONG-FINS

Flex fins: le flex danno una svolta in ogni tipo di tavola dai piccoli stubbies alle middlelength ai noseriders. Le flex cambiano la prospettiva del surfer aiutandolo a  trimmare la tavola sull’onda e regalando una morbidezza incredibile alle curve. Una pinna flessibile, con il giusto profilo, dona alle proprie linee rotondità ed eleganza con un’accelerazione incredibile all’uscita delle curve, cosa non ottenibile con una pinna più rigida che tende invece a strappare le curve senza dare rilancio. Una buona pinna con il giusto flex e un foil studiato a dovere sono un must per chi vuole lavorare sul proprio stile e superare le “barriere culturali” che racchiudono i single-fin in un retro-bottega del surf.

 

Raked fins: abbiamo già detto che più una pinna è “curvata” all’indietro più dona alla tavola velocità e manovrabilità. Per questo è una pinna per ogni circostanza, ottima in ogni condizione dal beach-break al reef, dal piccolo al grosso…. Sempre perfettamente controllabile. Un’ottima scelta per avere una pinna adatta ad ogni occasione, a quel punto giocando un po’ sulla posizione nella scassa, si può avere un’infinita varietà di performance sempre al top.

 

Pivot fins: se il vostro scopo è il noseride e il vostro credo è il knee-drop allora la pinna deve essere dritta, piena e larga alla base. Questo tipo di pinna è studiata per dare il massimo in termini di trazione e per rallentare la tavola costringendola a rimanere nell’onda quando il surfer si trova sul nose. Ottima per uno stile classico su onde piccole e medie, con onde più grosse diventa impegnativa. Se si vuole passare la maggior parte del proprio tempo sul nose, con repentini stalli o stilose passeggiate sul deck, con una tavola dal tail largo e squadrato è perfetta, è “LA PINNA”; rimane difficilmente adattabile ad altre situazioni non essendo il suo scopo.

 

2+1

2+1Soprattutto usato nei longboard moderni e nelle tavole mid-length. È un set-up caratterizzato da una pinna più grande centrale e arretrata e 2 pinnette laterali avanzate. In teoria la pinna centrale contribuisce alla direzione e quelle laterali al controllo e alla stabilità della tavola quando si trova inclinata sui bordi. In genere le pinnette laterali sono estraibili per poter essere tolte su onde piccole o per migliorare la libertà di movimento della tavola. Inoltre c’è da dire che comunque la pinna centrale se in combinazione con quelle più piccole, non sarà della stessa grandezza di una single-fin, ma decisamente più piccola.

 

 

Twin-fin

twinAddirittura fu Tom Blake che provò per primo a mettere 2 pinne nel 1943 circa e dopo di lui Bob Simmons. Negli anni, il twin è stato rigirato in mille modi ed ha sempre funzionato alla grande! Più velocità e manovrabilità di un single specialmente in condizioni di onde poco potenti o piccole. Basta pensare a Mark Richards che con il suo twin e il suo stile super fluido e veloce ha conquistato il surf negli anni ’70 – ’80, o ai fish, da quelli retro ai più moderni, o al minisimmons: il twin è sempre sinonimo di divertimento e stile!

Generalmente le pinne sono montate molto vicine ai bordi a circa 30 cm dalla poppa. Spesso più larghe delle normali thruster e con meno rake. Nella maggior parte dei casi una tavola twin non lavora troppo bene in onde più grosse o ripide; quindi un’ottima soluzione è quella di raddoppiare le scasse, montando twin quando le onde sono più piccole e morbide, quad quando le onde aumentano di potenza.

 

Thruster

ThrusterSimonNPer anni, soprattutto qui in Italia, sembrava che non esistesse altro Dio al di fuori del Thruster. E forse era proprio così, perché da quando Simon Anderson ha messo 3 pinne uguali sul tail di una tavola, questo è diventato lo standard per ottenere performance ai massimi livelli. Effettivamente è un set-up che funziona in una miriade di condizioni dal reef al beach break, dal piccolo al grosso. Generalmente la pinna centrale con un profilo simmetrico, mentre le laterali con un profilo piatto nell’interno per incrementare il drive della tavola, ossia la capacità di conservare l’energia cinetica fuori dalle curve. Ma non solo: la sezione piatta funziona esattamente come un’ala di un aeroplano provvedendo al “lift”. Mentre per un’ala il lift permette al profilo di “galleggiare”, spingendo verso l’alto, in acqua le pinne spingono verso il bordo della tavola ancorandola ancora più saldamente alla parete dell’onda, non disperdendo energia verso il basso e spingendo il moto in avanti. Questo è evidente su onde particolarmente ripide dove al di là di ogni dubbio il thruster è una configurazione universalmente apprezzata e non a torto.

 

Quad

quad4 pinne. Apparso qualche anno fa e subito preso in considerazione dai pro e da moltissimi surfisti in tutto il mondo per le sue capacità di essere veloce come un twin, pur mantenendo il controllo nel pocket dell’onda di un thruster.

Esistono 2 “versioni” di quad. Il quad vero e proprio in cui le pinne sono molto ravvicinate ai rails e in posizione avanzata, diventando un’estensione del bordo tagliando la parete dell’onda in modo perfetto. Poi esiste il “thruster rivisitato”, in cui semplicemente la pinna centrale arretrata di un thruster viene divisa in 2 e portata sui bordi; questo perché con il proliferare di tail larghi si è sentita la necessità di avere una maggiore trazione. Comunque rimane una scelta ottima per tail larghi e potenti.

 

Twinzer

twinzerMolto simile al quad, ma con le pinne invertite: cioè le pinne più grandi dietro, le più piccole davanti. Inoltre per il suo ideatore, Will Jobson, è una configurazione di pinne imprescindibile da uno studio generale della carena della tavola. In generale una via di mezzo fra un twin e un quad. Poco usato.

 

Bonzer

bonzerSistema ideato dai fratelli Campbell, nei primi anni ’70. in realtà è una configurazione che va ben oltre il discorso pinne, ma che studia la carena della tavola nella sua complessità rispetto al flusso dell’acqua. Fondamentalmente si tratta di 5 o 3 pinne di cui la pinna centrale intorno ai 7 pollici e 2 o 4 pinne più piccole laterali espressamente disegnate in termini di aspect-ratio (rapporto altezza – base) e in particolar modo di cant che segue l’andamento della doppia profonda concavità del tail. Questa particolare conformazione crea una tavola che letteralmente vola sull’acqua per l’effetto Venturi che si crea fra la carena della tavola e la superficie dell’onda. Una sensazione di velocità controllata senza eguali a patto di essere in grado di adoperarla a dovere….

 

Knubster

knub-kelly+Il knubster è stato ideato da Sean Mattison, shaper delle Von Sol Surfboards. Non è altro che una piccola pinna “keel” che viene aggiunta come supporto in un sistema quad per dare maggior drive alla tavola. Quindi più controllo e direzionalbilità alla tavola in particolar modo in uscita dalle curve alla massima velocità. È stato adottato da Kelly Slater e da molti altri pro che ne sono rimasti entusiasti. Da provare.

 

 

Finless

finlessUna, due, tre, quattro, cinque…. Chi più ne ha più ne metta! Fatto sta che in tutto questo incalzante mondo delle pinne, alcuni hanno deciso di tornare indietro e rivedere il surf nel suo divenire un tutt’uno col fluire dell’onda. Alcuni shaper sono tornati alle origini tradizionali ricominciando, primo fra tutti Tom Wegener, a studiare le alaia e le tavole in legno dei primi Hawaiani, tavole ovviamente senza pinne. Altri hanno deciso invece di intraprendere una strada diversa e di sperimentare nuovi modi di concepire una surfboard: performare senza pinne. Lo studio delle carene con concavità e canali sempre più pronunciati; l’importanza della flessibilità stessa della tavola; il design dei rail sempre più complessi sono alla base di questi studi volti a creare tavole moderne performanti senza sacrificare il “flow”e disconoscendo quella turbolenza, quell’attrito (“drag”) che le pinne, per quanto piccole e studiate siano, creano nella fase di scivolamento. Al momento è un’opzione in totale divenire, ma è un’opzione che ci riporta a vedere il surf nella sua più vera espressione.

—-Riproponiamo un post di Patagonia da noi tradotto tempo fa proprio sull’argomento FINLESS:  moltomolto interessante—-

 

 

greenough_witzig

George Greenough, ancora oggi le sue pinne sono al top

Come potete vedere ad ogni set-up corrisponde un modo di interpretare un’onda. Non perderci troppo tempo, ma non fermate l’evoluzione del vostro stile personale!!!! Sperimentate e Divertite!!!!

BUON GLIDING A TUTTI!!!!

 

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